STORIE DI DONNE E DI SANTI - LE NTUPPATEDDE
Si
aggirano da qualche anno per le strade di Catania durante i festeggiamenti in
onore della Santa Patrona Agata. Sono donne vestite di bianco, con il capo
velato, che hanno ridato luce alla tradizione delle “‘ntuppatedde”. Tradizione
che rivendica antiche radici, quelle che, alla fine dell’800, il Cardinale
Dusmet prima e la forza pubblica dopo fecero sotterrare definitivamente. Il
termine Ntuppatedda deriva dal siciliano “tuppa”, ossia la membrana che
protegge il corpo delle lumache che rimanda a un qualcosa che si vuole nascondere.
Di loro scrisse Giovanni Verga in una sua novella del 1877, “La coda del
diavolo”, <<[…] Il costume componesi di un vestito elegante e severo,
possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta
la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere
la tramontana, o per far dare al diavolo (…) Dalle quattro alle otto o alle
nove di sera la ‘ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo
valore).[…]>>. Poche ore, dunque, mentre la Santa Patrona attraversava
Catania in processione, durante le quali la donna diventava padrona di sé e del
proprio agire, libera da ogni condizionamento maschilista. Una libertà malvista
e a tal punto da essere considerata pericolosa e rimandata addirittura alle
streghe della tradizione popolare siciliana. Una Sicilia, all’epoca, dove vigeva
una mentalità retriva che, attribuendo alle donne il ruolo di depositarie
dell’onore familiare di fatto ne limitava la libertà personale, arrivando a
condizionarne la loro intera esistenza. La Festa di Sant’Agata diventava, così,
l’occasione per uscire indossando il vestito più bello con il quale poter
andare in giro per la città completamente libere. Non c’era distinzione di
classe, erano nubili, sposate, signore e popolane. Pian piano, questa usanza
venne insabbiata e dimenticata fino al 2013, anno in cui è stata ripresa dall’artista
Elena Rosa, in maniera simbolica, più religiosa e festosa. Adesso la loro
presenza durante i riti agatini vuole essere un esempio di emancipazione
femminile, così come lo fu Agata, figura che coniuga
tradizione e innovazione, che, pur di non piegarsi a Quinziano, pagò la sua
libertà con una morte atroce. In mano tengono un
garofano rosso, diventato il simbolo della loro ricomparsa. Un fiore che queste
donne dedicano a tutte le altre donne incitandole ad una sorta di resurrezione del femminile, un
connubio tra l’ancestrale culto della Dea madre e un viaggio verso una nuova
vita, verso nuovi orizzonti, verso un fiorire alla contemporaneità, quella del
cambiamento , avulso da ogni forma di oppressione.



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